Mi ero ripromessa di non guardare il festival di Sanremo, e così ho fatto, semplicemente perché dalle premesse lo ritenevo “avariato” ancor prima della data di scadenza. Leggendo chi ha vinto, come ha vinto e le successive polemiche, sono ancora più convinta di aver fatto la scelta giusta. Ovviamente non avendo ascoltato nemmeno un brano non mi permetto di criticare né la scelta dei cantanti né la qualità delle canzoni. Tuttavia ho letto il testo della canzone vincitrice, “Beve champagne sotto Ramadan, Alla TV danno Jackie Chan, Fuma narghilè mi chiede come va…Waladi waladi habibi” e direi che è più che sufficiente per trarre delle conclusioni. Tanto più dopo aver letto il pippone di Repubblica che si è sentita in dovere di giustificare sia il metodo di voto sia la vittoria di Mahmood. E qui faccio una premessa: quando si cominciava a parlare dell’edizione 2019 del festival mi chiedevo se avesse ancora senso definire Sanremo il “festival della canzone italiana”, pensando con una certa ironia a quando faranno la loro comparsa canzoni dai testi stranieri. Certo, era una battuta, e forse nemmeno il tentativo di una parte politica di aprire il Paese ad una progressiva invasione straniera in nome dell’integrazione riuscirà a scalfire i pilastri doc del festival che è e dovrebbe rimanere italiano. Ma un piccolo tentativo questa volta l’hanno fatto, perché sapete bene che devono sempre trovare un modo per farci digerire la pillola dello straniero, magari con “quel poco di zucchero” che rappresenta uno spettacolo musicale. Sanno di non avere più il governo amico e quindi devono trovare altre strade. E cosa c’è di meglio di una diretta che entra in tutte le case degli italiani? E quindi ha vinto chi doveva vincere, con un testo mediocre condito con una spruzzatina di arabo, che possa in qualche modo rappresentare l’italiano dei giorni nostri, quello che meglio rappresenta l’integrazione. Ma, ben intesi, il ragazzo è solo una “vittima” dei radical chic che dovevano trovare “un modello” per imporre la loro visione. Per farlo vincere ovviamente non bastava una giuria popolare che neanche lontanamente può avere lo spessore culturale (e politico) di una giuria d’onore perché – come dice Repubblica – il popolino premia di solito gli artisti con maggior popolarità; come dire…voi non capite una mazza, perché al massimo sapete riconoscere una bella melodia e il volto del cantante. Alla “profondità” del testo mica ci arrivate. Però per esprimere il vostro democratico giudizio pagate (oltre al canone) anche il televoto. A far vincere l’artista giusto, il messia che deve far propagandare “il messaggio” tra i giovani, ci pensa la giuria d’onore, quella selezionata. E dunque, strombazza Repubblica, tutto ciò “ha prodotto un risultato singolare ma, alla fin fine, giusto ed equilibrato, perché ha premiato tra i tre artisti in finale, quello per il quale l’equilibrio tra popolarità e qualità era mediamente più alto”. Ma di quale popolarità e qualità stiamo parlando? Questa edizione di Sanremo, che dubito sarà ricordata per la sua qualità, ha perso l’occasione di essere veramente “il festival degli italiani”, di quelli italiani che portano nel cuore e nella memoria i festival dei Ranieri, dei Pooh, dei Cocciante, per non andare tanto indietro. Qui, invece siamo tornati ai festival dei Jalisse, o meglio dei Mahmood.